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luciana sossi linfavitale a hotmail.com
Dom 26 Ago 2007 21:22:47 CEST


Le armi italiane fanno boom
L'export a più 61% nel 2006

INFOGRAFICA Il mercato delle armi tricolore
+ "Centomila mitra dall'Italia all'Iraq"   M.MOLINARI




Anno da record, il governo ha autorizzato vendite per 2 miliardi. Tra i 
clienti le zone calde del mondo: Cina, Colombia, Nigeria
MARCO SODANO
TORINO

L'Italia vende armi in tutto il mondo. Armi italiane per la Nigeria 
squassata dalla guerriglia del petrolio tra il governo e il Mend, il 
movimento per l'emancipazione del delta del Niger: questi hanno rapito un 
centinaio di tecnici delle società petrolifere nell'ultimo anno, quelli non 
vanno per il sottile. A Lagos, nel dicembre 2006, le truppe governative 
hanno stroncato nel sangue la rivolta dei «ladri di benzina», disperati che 
avevano preso d'assalto un deposito per rivendere il carburante al mercato 
nero. Almeno cento morti.

Il clima scotta, ma nel 2006 l'industria bellica nostrana ha ricevuto dal 
governo il via libera a vendere alla Nigeria armamenti per 74 milioni di 
euro, aeroplani e armi pesanti. D'altronde gli interessi italiani nell'area 
sono imponenti: l'Eni estrae 160mila barili di greggio al giorno. Armi 
italiane - munizioni, missili, navi da guerra, armi leggere e pesanti - per 
India (spenderà 66 milioni) e Pakistan (ordini per 39,7 milioni). I due 
paesi combattono da mezzo secolo per il controllo del Kashmir, hanno 
schierato sul confine un milione di soldati e si scambiano minacce 
reciproche a base di missili nucleari. La repressione del governo di Dheli 
nel Nordest del paese ha fatto 10mila morti negli ultimi 10 anni.

Compra armi italiane - con il placet del governo - anche la Colombia. Non fa 
punteggio il fatto che tanto l'esercito regolare quanto le Farc (le forze 
armate rivoluzionarie), mandino in prima linea i minorenni e che il 
conflitto sia costato almeno 300mila vittime. Armi italiane per gli Emirati 
Arabi Uniti: nella lista della spesa del paese che ha messo fuorilegge la 
schiavitù solo nel novembre 2006 «bombe, siluri, razzi, missili ed 
accessori, navi da guerra, apparecchiature per la direzione del tiro, armi e 
sistemi d'arma e munizioni, aeromobili» per 338 milioni di euro. Armi 
italiane per il l'Oman (78,6 milioni), il Venezuela (16), la Malesia (51), 
la Libia (14,9) e il Perù (26,8). Armi italiane perfino per la Cina: 
nonostante l'embargo dell'Unione europea, il governo italiano ha autorizzato 
l'esportazione di software e pezzi di ricambio.

Esportazioni da record

L'Italia vende armi in tutto il mondo e ne vende sempre di più. È un periodo 
d'oro per gli affari di guerra: nel 2005 il Belpaese ha esportato materiale 
bellico per un miliardo e 300 milioni di euro. Nel 2006 si son superati i 
due miliardi: record degli ultimi vent'anni, con una crescita del commercio 
con l'estero del 61%. E pazienza se il governo Prodi in tempi di programma 
elettorale s'era impegnato a dare una stretta. Mentre la vocazione pacifista 
di Palazzo Chigi resta sulla carta, l'industria armiera nostrana va a palla: 
sesto posto nella classifica mondiale degli esportatori di armi militari, 
secondo per le armi leggere, che uccidono una persona al minuto. I dati sono 
elencati nella Relazione sulle esportazioni di armi presentata dal 
presidente del Consiglio Romano Prodi il 30 marzo 2007.

Controlli addio

L'Italia vende armi in tutto il mondo e per riuscirci meglio ha anche 
smontato una legge. Nel giugno 2003 - governo Berlusconi - il Parlamento 
ammorbidì la legge sulle esportazioni di armi (185 del '90) eliminando 
l'obbligo di accompagnare le forniture con il certificato d'uso finale 
pensato per impedire le triangolazioni. Armi che partono, in prima battuta, 
alla volta di paesi «buoni» e finiscono negli arsenali dei paesi proibiti 
grazie a una girandola di compravendite più o meno legittime. Riveduta e 
corretta, la legge è meno severa anche su altri punti: prima non si potevano 
esportare armi in paesi colpevoli di violazioni dei diritti umani, oggi le 
violazioni devono essere «gravi». Scelta politica precisa e bipartisan: fu 
il governo D'Alema, nel 2000, ad avviare l'iter delle modifiche poi 
perfezionate - e approvate - dal centrodestra. Insomma, per le armi italiane 
è molto più facile girare il mondo.

Così non c'è da stupirsi quando saltano fuori all'improvviso. Nel 2005, in 
Iraq, i carabinieri sequestrarono migliaia di pistole Beretta alle 
cosiddette forze ribelli. Venne fuori che il primo proprietario di quelle 
armi (44mila pezzi) era il Ministero dell'Interno, che le aveva rivendute al 
suo fornitore (la Beretta) perché le riparasse. Questa le aveva poi vendute 
a una società semisconosciuta, la Super Vision International. Non si sa come 
ci siano arrivate, ma i rapporti dei carabinieri hanno messo nero su bianco 
che pistole italiane appartenute alla polizia sono finite negli arsenali 
della guerriglia irachena. Magari per essere usate contro i soldati 
italiani.

E ci sono testimonianze sull'arrivo di armi italiane anche in Somalia. 
Nonostante la guerriglia infinita e nonostante l'embargo imposto nel 1993 
dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, un rapporto Onu datato maggio 2006 
accusa l'Italia di aver violato il blocco con «invii di materiale militare» 
destinati al governo federale transitorio. Il coordinatore degli ispettori 
Onu Bruno Schiemsky scrive di aver contato «almeno diciotto camion militari 
arrivati nel porto di Mogadiscio, poi usati per trasportare truppe e armi 
antiaeree smontate». Smontati anche gli aeroplani Aermacchi che - sempre 
secondo l'Onu - sarebbero arrivati via Eritrea alle Corti islamiche che 
combattono il governo di Mogadiscio con l'etichetta di «pezzi di ricambio». 
La vendita (per oltre un milione di euro) ottenne a suo tempo 
l'autorizzazione del governo. Armi italiane su un fronte, armi italiane 
sull'altro, tutto in regola.

La lobby in cifre

I numeri dicono che non sarà facile applicare la stretta promessa del 
governo Prodi. L'industria bellica italiana occupa 50mila dipendenti, 
fattura 7,5 miliardi l'anno, rappresenta lo 0,8% del pil e il 15% 
dell'export. E procura affari d'oro alle banche, chiamate a gestire le 
operazioni di incasso. Il grosso della torta va a San Paolo-Imi, per un giro 
d'affari da 446 milioni nel 2006 (quasi il 30% delle transazioni). Seguono 
Bnp-Paribas, (290,5 milioni), Unicredit (86,7), Bnl (80,3), Deutsche Bank 
(78,3) e il Banco di Brescia, che gestirà più di 70 milioni. Hai capito che 
lobby, ogni volta che la politica prova a forzarle la mano alla fine si 
ritrova bloccata sulla porta. Il cartello dice: sorveglianza armata.

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