[Bsf] Fwd: [sinistracritica-bs] Comunicati Cremaschi e Chomsky
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Lun 29 Gen 2007 06:58:35 CET
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Subject: [sinistracritica-bs] Comunicati Cremaschi e Chomsky
Date: 19:49, domenica 28 gennaio 2007
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Chomsky sulla base Dal Molin
Venerdi 26 Gennaio 2007
Intervento scritto di Noam Chomsky letto al convegno del 25/11 organizzato
dai comitati per IL NO
È molto piacevole venire a sapere di proteste contro la costruzione di
un´altra base militare degli Stati Uniti in Italia. Dalla seconda guerra
mondiale, gli Stati Uniti hanno considerato l´Italia come componente
dell´enorme sistema di basi militari e di forze di intervento destinate per
assicurare agli U.S.A. IL controllo delle principali riserve di energia del
mondo, nella regione del Golfo Persico. La costruzione Della base prevista a
Vicenza dovrebbe essere molto benvoluta DA coloro che attendono con ansia
nuove gloriose avventure come la guerra in Irak, con I suoi effetti
assolutamente catastrofici per la popolazione irakena e con IL suo
contributo alla proliferazione nucleare Ed al terrorismo internazionale --
esattamente come anticipato. Coloro che sono impegnati per la pace e la
giustizia, dovrebbero dedicarsi a prevenire tali crimini, impedendo di
gettare Le basi di questi stessi.
Da Il Manifesto) Cremaschi-Revelli: "La sinistra impari a dire no"
Sabato 27 Gennaio 2007
E' arrivata l'ora di fare sul serio
articolo Lettera aperta AI «compagni di sinistra nel governo»
«Vicenza è uno spartiacque: così non is va DA nessuna parte. Ci vuole un
segnale di discontinuità che elimini ogni possibile ambiguità (la Vera, più
grave colpa, in politica estera): non votate IL rifinanziamento delle
missioni militari»
Giorgio Cremaschi
Marco Revelli
Care amiche e cari amici Della sinistra Della coalizione di governo, ci
rivolgiamo a voi con questa definizione un poco logistica, perché non NE
troviamo altre ugualmente sintetiche e non vogliamo far nostra quella serie
di aggettivi - sinistra «radicale», «estrema», «massimalista» - che oggi
vanno per la maggiore. Quegli aggettivi, anzi, ci paiono fuorvianti dello
stato reale delle cose, anche perché sono utilizzati ogniqualvolta is voglia
far credere che è questa sinistra a determinare Le scelte di fondo del
governo Prodi (insieme, s'intende, AI suoi guai...). Proprio qui sta, per
noi, la questione di fondo. Secondo Berlusconi, la Confindustria, Corriere,
Stampa, Repubblica, I riformisti e la Conferenza episcopale, IL governo
sarebbe ostaggio Della sua sinistra estrema. Siccome a noi pare esattamente
IL contrario, scriviamo queste note sperando di ottenere chiarezza.
Vicenza, secondo noi, segna uno spartiacque. Di stile oltre che di contenuto
Di metodo prima che di sostanza (che pure è spessa e pesante, incrociando
valori e programmi, interessi e passioni). Fino alla decisione di Prodi di
dire sì all'amministrazione Bush e alla sua politica di guerra, poteva
ancora aver luogo una certa confusa doppiezza, soprattutto sul piano dell
immagine. Ora però questa breve stagione finisce: concretezza e simbolismo
delle scelte vengono sempre più a coincidere: IL significato esplicito dell
esternazione di Bucarest è una porta sbattuta in faccia a tutti quelli che
credono in qualcosa: AI cittadini che difendono IL loro territorio (la
«questione urbanistica», appunto, derubricata a «intendenza» di napoleonica
memoria, che seguirebbe docile una Volta definita la strategia DA parte
dello Stato maggiore) e AI pacifisti che continuano ad avere IL torto d
indignarsi di fronte AI mattatoi a cielo aperto moltiplicati anche in questi
giorni. A chi is batte per difendere la propria «qualità Della vita» nel
luogo in cui abita, e a chi lotta per dare un senso a quella vita.
Un pugno in faccia a tutti quelli che nutrivano aspettative, in Nome - is
dice - dell'«interesse superiore». Del «concerto tra Le potenze». Della
«necessaria» sottrazione dei temi generali di politica estera al controllo e
al consenso di quei cittadini di serie B che non siedono in alto, sulla
cuspide Della piramide decisionale ma che sono condannati a subirne Le
ricadute nei propri territori. Anche perché così pretendono I poteri forti
interni Ed esteri che condizionano la politica del nostro paese. E che
sempre più aggressivamente intimano: o di qua, o di là, senza finzioni o
confusioni; d'ora in poi, come chiedeva San Paolo, I sì devono essere sì, I
no, no.
Purtroppo IL governo Prodi giunge a questa stretta avendo già disperso un
vasto patrimonio di fiducia e speranza. Per cause squisitamente politiche,
per l'incapacità di dare una qualche risposta in positivo AI movimenti che
in questi anni hanno percorso IL paese. In questi anni non is è lottato solo
contro Berlusconi e la sua politica per l'orrore morale, estetico e
culturale che suscitano, ma anche per chiedere un cambiamento più profondo
di quello definito DA una semplice alternanza di governo. I movimenti che is
sono sviluppati non erano naturalmente portati alla sintesi, anzi spesso is
disponevano su piani differenti. Il no alla guerra, la richiesta di
democrazia e di diritti civili, IL rifiuto del liberismo nell'economia e nel
lavoro, la nuova affermazione di cittadinanza delle popolazioni sui propri
territori, non coinvolgevano sempre Le stesse persone, Le stesse
organizzazioni, Le stesse culture, anzi.
L'interlocuzione mancata
Una politica «alta» - come s'accaniscono a considerare IL proprio ruolo I
politici «di governo» - avrebbe dovuto costruire non diciamo una sintesi -
di cui la Politica oggi è probabilmente strutturalmente incapace, e di cui d
altra parte I movimenti non saprebbero che farsene nella loro autonomia
tematica - ma quantomeno un'interlocuzione. Un focus d'attenzione. La
selezione di qualche punto significativo, di qualche tematica condivisa su
cui avviare un percorso discorsivo, innescare la traccia di una qualche
capacità di rappresentanza. Il segnale che almeno un segmento - non
chiediamo tutto, ci limitiamo al minimo possibile - del discorso elaborato
«dal basso» possa essere introdotto nel campo chiuso Della sfera
istituzionale al livello decisionale più alto. Che, appunto, quel «campo»
possa essere, anche solo per uno spiraglio, «aperto». Che su almeno un tema
qualificante is mostri di parlare un linguaggio simile, o almeno
compatibile: non IL muro impenetrabile che ha dominato finora sui grandi
temi che hanno visto Le mobilitazioni più recenti, dalla pace all'ambiente,
dalla Tav a Vicenza, appunto. Il programma di 300 pagine non è riuscito a
incrinare quel muro (è rimasto cosa per gli addetti AI lavori, codice
interno per piantare bandierine, ognuno dei contraenti sui propri temi
identificanti). Ed IL governo successivo ci è riuscito ancora meno.
Questo perché per costruire una politica che governi con il consenso,
trovando mediazioni condivise con i diversi segmenti e soggetti individuali
e collettivi che si muovono nel sociale, è indispensabile un punto di vista.
Bisogna cioè decidere - in qualche misura - di stare da una parte, di
rappresentare una parte della società . Delle sue sensibilità, dei suoi
valori e delle sue aspettative, anche se si va al governo. Proprio perché si
va al governo.
Questo, sull'altro versante, fa Berlusconi. Egli rappresenta fin nelle sue
forme più scostanti ed ottuse il popolo liberista. Le sue passioni, torbide
ma concrete. I suoi interessi, egoistici fino al limite della dissoluzione
del legame sociale, ma plasticamente materiali. Persino le sue nevrosi. Sa
benissimo qual è «la sua gente». Il suo popolo (se così si può dire). Lo
porta alla politica, non si dimentica di esso quando governa.
Il centrosinistra invece fa l'opposto. Quando sta all'opposizione aderisce a
tutte le mobilitazioni. Quando si trova al governo comincia a obiettare che
il paese è impazzito (e pure lo è, in alcune sue componenti, ma non certo
nei settori che si sono mobilitati per la qualità della vita e per la pace,
per garanzie sociali e pensioni); che bisogna dargli buone medicine, anche
se dolorose. Che, insomma, la rappresentanza politica deve astrarsi da chi
vuole essere rappresentato e definire una sua tecnocratica astratta
compatibilità, da somministrare a un popolo riottoso. Paradossalmente questa
concezione del governo produce antipolitica così come il barbaro populismo
di Berlusconi. Quest'ultimo, infatti, semplifica all'estremo la funzione
della rappresentanza: all'opposto il centrosinistra la complica al massimo.
Entrambi così riducono a zero lo spazio per la partecipazione consapevole e
incarnano una deriva oligarchica drammaticamente visibile nelle
trasformazioni istituzionali degli ultimi due decenni.
Scegliere di fare sul serio
Nonostante tutto, continuiamo a credere che, in sé, il centrosinistra non
fosse inevitabilmente condannato alla politica attuale. Avrebbe potuto
scegliere alcuni terreni parziali su cui fare sul serio. Avrebbe potuto fare
sul serio sulla pace, o sui diritti civili, o sulla lotta alla precarietà, o
ancora coinvolgere le popolazioni della Val di Susa e di Vicenza nelle
proprie decisioni. Avrebbe potuto scegliere una sola cosa su cui fare sul
serio - su cui, appunto, lanciare un segnale - e vivere per un po' di
rendita sul resto. Ma neppure questo ha fatto. Su ogni terreno di conflitto
di questi anni il governo appare incerto, confuso, pasticcione, incapace di
produrre un vero progresso, anzi spaventato persino quando, magari per caso,
decide qualcosa che va nella direzione di quel che veniva chiesto.
Certo non è colpa solo di Prodi se l'equilibrio politico del nostro paese si
è spostato in questi anni così a destra da far considerare - nel
chiacchiericcio mediatico - come unico modello di sinistra accettabile
quello rappresentata da Tony Blair. Solo in Italia si può usare il termine
«deriva zapaterista» per definire una politica estremista di sinistra da cui
cautelarsi. Nel resto d'Europa ridono di questo paragone. Diventa però una
colpa distruttiva non capire che fronteggiare Berlusconi dentro queste
coordinate politiche significa rafforzare le sue ragioni e smontare le
nostre. Questo è il danno più grave di questi mesi. Esso è ben rappresentato
dal sorrisino che sull'autobus, al lavoro, al mercato, si dipinge sui volti
di coloro che ci dicono «è bello chiedere quando si è all'opposizione, ma al
governo è un'altra cosa». Sì, così si producono in quantità industriali
rassegnazione, rabbia e disincanto. E, al di là dei destini personali dell
ex presidente del consiglio, si alimenta la ripresa della destra.
Siamo arrivati al dunque: le prossime settimane, da Vicenza alla Val di Susa
dalle missioni militari alle privatizzazioni, alle pensioni e ai Pacs,
vedremo sempre lo stesso filmato. A un certo punto i poteri forti diranno
basta, siate seri, siate europei, siate occidentali; e il governo si
piegherà. Magari rinfacciando, a chi lo accusa di non essere abbastanza
riformista, di non aver capito quanto siano avanzate le scelte adottate.
No, così non si va da nessuna parte e per questo chiediamo alla sinistra
della coalizione di scegliere un tema su cui fare sul serio. Suggeriamo la
pace e la guerra, la dimostrazione di una svolta esplicita rispetto alla
politica di guerra del precedente quinquennio, di uno strappo perché
politica «di pace» non può che voler dire soluzione di continuità nella
deriva bellica che ha dominato l'inizio del secolo. Ci vuole una netta e
comprensibile inversione di tendenza, spinta fino al ritiro delle truppe da
quell'Afghanistan dove l'occidente sta ripercorrendo esattamente la stessa
strada dell'Urss, usando addirittura le stesse argomentazioni per
giustificare la guerra. Scegliete un punto e su quello non mollate.
Pretendete un segnale forte e inequivocabile di discontinuità che non sia l
eterno «ni» dell'inaffidabilità italiana, che tagli la strada a ogni
possibile segno di ambiguità - la vera, più grave colpa, anche in politica
estera: non votate il rifinanziamento delle missioni militari e cambiate
così, almeno qui, l'agenda e gli equilibri della politica. E se non siete in
grado di fare questa o altre scelte di analogo rigore, ditelo. Non fingete
di contare quando non è vero. Non rivendicate la devastante politica della
riduzione del danno, che per tanto tempo assieme abbiamo considerato uno dei
mali della nostra democrazia, sempre più priva di reali alternative.
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