[Bsf] A proposito del congresso di Rifondazione

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Mer 25 Giu 2008 00:53:30 CEST


A proposito del congresso di Rifondazione

 
Non saremmo entrati nel congresso del Prc se non avessimo osservato che rischia di finire in Tribunale. Come non restare basiti rispetto alla deriva di un partito la cui storia abbiamo considerato chiusa con l'andata al governo e dal quale siamo usciti alcuni mesi fa ma del quale non prevedevamo un epilogo così sconfortante.
A sentirci chiamare in causa, in particolare, è stata la diatriba rispetto ai congressi camuffati, alle accuse di gonfiare gli iscritti, di alterare il risultato finale. Che scoperta! Al congresso di Venezia, l'ultimo al quale abbiamo partecipato, il congresso che ha dato il via libera a una politica sciagurata, era stato Gigi Malabarba, allora capogruppo al Senato, a intervenire dalla tribuna parlando di quello strano animale che aveva popolato, alterandolo, quel congresso: "il cammello". Dalla sala erano arrivati solo fischi - oltre agli applausi convinti delle minoranze - e sberleffi e il povero Malabarba si era dovuto sorbire una violentissima replica dell'allora segretario che si era sentito offeso per l'accusa. Bene, oggi il cammello è tornato di attualità solo che coloro che ne beneficiarono in quel congresso si accorgono oggi della sua pericolosità. Pensate cosa sarebbe accaduto se, in virtù di una partecipazione regolare ai congressi da
 parte degli iscritti, a Venezia la maggioranza non avesse raggiunto il 50% o l'avesse superato di un soffio, quale altra politica racconteremmo oggi. E invece assistiamo al disastro della sconfitta elettorale e alla miseria che la commenta.
Ma, in fondo, di che si discute in questo congresso del Prc? Di poco, ci pare. Non delle ragioni della sconfitta, non di un bilancio autocritico serio, che rimetta in discussione un gruppo dirigente complessivamente responsabile della catastrofe; non della egemonia culturale che la destra ha guadagnato grazie anche al "concorso morale" di una sinistra, compresa quella estrema, che si è baloccata nell'illusione di poter governare gli spiriti animali del capitalismo. Da fuori, ci pare che si discuta esclusivamente di chi conserverà la titolarità di quel partito, conservandone simbolo, cassa e...immobili. Un po' poco per ricostruire la sinistra.
Il punto è che se non si fa un'analisi seria sulla ragione di fondo della sconfitta, la perdita di relazioni sociali, l'istituzionalismo e il carrierismo imperanti, la perdita di legami di massa, non si va lontano. E non si va lontano se non si fa un lavoro ancora più importante.
Il mondo attuale si caratterizza per due elementi complementari: il massimo di distruttività del capitalismo e la possibilità effettiva di uno sprofondamento nei meandri oscuri della barbarie; allo stesso tempo, la perdita di credibilità di un discorso anticapitalista. Ma questa credibilità è stata persa in gran parte per gli errori e le presunzioni dei gruppi dirigenti della sinistra, quelli del Pd e quelli della Sinistra "radicale". Così che un discorso alternativo ha oggi bisogno di tempo, di prove sul campo ma anche di una generazione politica nuova. Non solo un generazione giovane ma anche un insieme di uomini e donne privi di responsabilità pesanti, capaci di esprimere idee mai praticate finora, sia sul piano dell'esperienza storica che di quella più recente. Insomma, una palingenesi che dai congressi in corso non sembra poter venire.
E non sembra poter venire meno che mai dalle analisi che recentemente ha sciorinato Fausto Bertinotti tra i massimi responsabili della sconfitta. Ancora una volta abbiamo assistito alla tentazione dell'analisi spumeggiante - "il regime leggero" - priva di consistenza e di struttura; al vezzo intellettuale fuori dal contesto politico e inadatto a indicare qualsiasi strada. 
Nel tranciare questi giudizi non vogliamo assumere l'arroganza di chi dispensa lezioni. Certo, la presunzione di poter dire "l'avevamo detto" ce l'abbiamo. Avevamo detto che la questione del governo era una torsione intollerabile; avevamo denunciato la burocratizzazione interna al Prc che oggi esce prepotentemente nello scontro interno tra gli apparati; avevamo fatto una battaglia alla luce del sole in Parlamento; abbiamo lanciato fino all'ultimo messaggi udibili da chi volesse. Nessuno ha ascoltato, nessuno ha nemmeno fatto finta di ascoltare. Detto questo, siamo tra i primi consapevoli di una difficoltà strutturale di questa fase. Nell'epoca dell'egemonia politica e culturale della destra - un'egemonia, visibile dopo il 15 aprile ma in realtà maturata nei lunghi anni 90 - il compito che ci attende è immenso. Si tratta di ri-costruire una consapevolezza di classe, una coscienza di essere classe e un'idea di società che sia attraente e mobiliti
 persone e coscienze. Qualcosa che il movimento operaio ha già fatto tra la fine dell'800 e i primi anni del Novecento senza, però, camminare sulle macerie e senza distruzioni epocali alle spalle. 
Per fare questo c'è bisogno di armarsi di una "lenta impazienza": il lavoro da fare è urgente ma occorre dotarsi del tempo necessario e degli strumenti adeguati. 
C'è bisogno di una pratica sociale condivisa, di esperienze sul campo che, sole, possono ricostruire fiducia reciproca e legami forti. E c'è bisogno di condividere un orizzonte comune, per noi l'anticapitalismo cioè la trasformazione di questa società e l'incompatibilità con i suoi agenti anche nella sinistra. Un orizzonte che ha bisogno di essere declinato, immaginato e spiegato, rendendo evidente i cardini e le potenzialità di "un altro mondo possibile". Insomma, c'è bisogno di una vera rifondazione. Quella cominciata 17 anni fa è morta.


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